Lezioni a scuola e didattica innovativa in homeschooling?

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Mit home schooling

Da alcune settimane ricevo delle sollecitazioni sull’Homeschooling. La prima venuta da un bravissimo dirigente scolastico, nonché un ricercatore che ha creato un laboratorio di robotica educativa al Dipartimento Scienze della Formazione dell’università di Torino e un network di scuole, dove s’insegna robotica con risultati straordinari e competitivi con il mondo intero.
Il professor  Giovanni Marcianò riferendosi ad alcuni studenti con grandi capacità, ma soprattutto creatività e voglia di andare oltre gli inevitabili limiti della scuola italiana  (ma non solo italiana), mi ha riferito che  i genitori vengono a raccontargli che i ragazzi, a scuola si annoiano.
E se questi ragazzi somigliano solo un poco ai fortunati allievi del Liceo scientifico  Galilei di Trento o del Majorana di Brindisi, me lo posso immaginare. Sono studenti che ricevono tali stimoli extracurriculari – ma che nelle scuole citate sono integrati nei programmi di studio –  che la lezione in classe diventa una tortura  e per qualcuno addirittura una perdita di tempo.
L’altra sollecitazione mi è venuta dall’osservare i bambini che frequentano il Coderdojo, o altri che i genitori iscrivono a corsi di coding o di digital fabrication nei FabLab. Tanti fra loro, vivono una vita scolastica tagliata con l’accetta, spesso al mattino nelle aule scolastiche, dietro il banco, o tra i più fortunati in quelle scuole che hanno almeno modificato i setting, con i ragazzi che si siedono  intorno a dei tavoli per fare lavori di gruppo,  e con l’insegnante che lascia il suo ruolo ottocentesco per interagire con più efficacia. Il pomeriggio, complici genitori avvertiti, che seguono attraverso i media le informazioni ormai disponibili su internet, vanno ai corsi di cooding, o di robotica, o da chi imparano le tecnologie più avanzate.

Resta loro poco tempo per “quel non far nulla” che pare sia necessario ai neuroni di tutti per elaborare gli insegnamenti. Così se ancora alcune – o molte –  scuole mantengono delle caratteristiche obsolete, quasi quasi, è meglio non mandarli, sostengono gruppi e associazioni di genitori che hanno fatto scelte diverse. Così la pensano gli inglesi, che – secondo i dati del Corriere, dell’8 gennaio 2016,  nel 2015 hanno ritirato dagli istituti scolastici i propri figli, per  il 65% in più rispetto al 2014, e iniziato percorsi di homeschooling. Se poi pensiamo al Canada, o agli Stati Uniti, i numeri aumentano, nei Usa sono due milioni di bambini in età scolare che studiamo a casa. Il Mit organizza dei laboratori sulle materie scientifiche, o tecnologiche, dove i bambini che frequentano la scuola insieme con gli homeschooler lavorano insieme.
Internet, ha fatto molto, ha sostenuto queste scelte, sono gli stessi genitori che lo dicono. Sono nati blog,  siti – repository,  con le risorse e gli strumenti educativi più aggiornati, con le istruzioni amministrative per educare i bambini a casa, e validare i loro percorsi con gli esami previsti dalla legge italiana.
Se poi guardo alcune realtà, anche italiane, vedo che un sistema misto, blending possiamo definirlo, è già realtà: la flipped classroom prevede un tempo di studio a casa, fatto guardando delle video lezioni, o degli educational game da risolvere, e un momento di confronto con gli insegnanti a scuola.  Se poi alcuni giorni a settimana i ragazzi, anche i bambini, frequentano corsi di  coding, o realizzazione di video game in luoghi informali diversi dalla scuola, mi sembra che il tempo passato in aula, anche nelle più rosee aspettative sia quello meno significativo per lo studente.
La scuola italiana sta cambiando, molto più lentamente di quanto sembri, entrano gli animatori digitali nella scuola, si modifica la didattica, si lavora sempre più con le tecnologie. Ma il mondo fuori dalla scuola, ha tempi più rapidi, i bambini dal 5 ai 12 anni, hanno capacità di apprendere velocemente e se stimolati dalla creatività imparano in una settimana, ciò che un allievo solo cinque anni fa apprendeva in più di un mese.
Impedire tutto questo, vorrebbe dire ostacolare, un processo naturale, l’attitudine all’autoapprendimento, che a detta di esperti e pedagogisti di prestigio mondiale, avviene agevolmente in ambienti informali, intergenerazionali, dove non ci sono valutazioni penalizzanti, giudizi, regole che valgono per tutti, ma un mentoring personalizzato che facilità anche attraverso il gioco, l’esperienza del conoscere e imparare. Sono queste le condizioni per l’autoapprendimento, così come l’ho imparato io, dopo aver ascoltato, letto, sino a studiarlo da personaggi come Sugata Mitra o Salman Khan. Più mi addentro in questo macro tema, più le sollecitazioni si moltiplicano, e mi disaffeziono progressivamente  all’idea di una scuola pubblica o privata- paritaria, che debba essere  organizzata nella stessa maniera per tutti. Gli individue sono diversi l’uno dall’altro e cos’ i bambini, gli allievi, gli studenti. Resto saldamente convinta che per ogni bambino debbano esserci pari opportunità, così una educazione “mista” tra homeschooling e laboratori didattici non mi sembra da demonizzare.
E’ una realtà, a mio modo di vedere, davvero complessa. Si dovrebbe analizzare con un atteggiamento più inclusivo, per capire i momenti di passaggio, il cammino del cambiamento. La grammatica a scuola, e il coding al club; lo storytelling al corso in mediateca o in libreria  e la geometria in aula?  E’ già così.
E se i genitori si prendono l’onere e la responsabilità di organizzare l’istruzione dei propri figli, in network con altri gruppi di genitori, con l’aiuto di mentor, esperti, educatori, aprendo altre e nuove opportunità  di conoscenza, è un fenomeno interessante,  che emerge da questo momento storico, perché anche l’homeschooling è cambiato. Non è motivato, come  prima,  solo dalla lontananza delle scuole da luoghi isolati o rurali, ma esiste nelle grandi città con gli istituti scolastici a poche centinaia di metri.

 

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Smart Education

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