Le business school tra crisi e deontologia

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Jean Pierre Helfer, direttore di quella business school, economista, e a capo della commissione nazionale francese per la valutazione dei diplomi in management, è un po’ critico riguardo alla classifica 2010 del Financial Times. «Non sui risultati – specifica Helfer – tutti fanno del loro meglio per stare sul mercato, e chi lavora al ranking ha gli strumenti per giudicare bene». La realtà attuale della formazione business e management è in un momento di grandi cambiamenti, tutti integrano nei loro programmi la deontologia e l’etica, in un modo o in un altro, si ammira la mobilità degli studenti che passano da un campus all’altro, qualche volta senza un obiettivo specifico.
In Francia la vague delle fusioni di università, accolta molto bene dagli addetti ai lavori, molto meno dagli studenti, ha fatto sì che una scuola sia ben valutata se ha dei campus multi-paese, o ancor meglio in Asia, o in Estremo Oriente.
«La mobilità è importante ma non si può fare al risparmio, così l’internazionalizzazione – continua Helfer – l’etica non può essere risolta con dei corsi inseriti all’ultimo momento, siamo davanti ad una sfida epocale, il management non è più europeo o statunitense, è sempre di più asiatico, brasiliano, messicano, russo. Bisogna cambiare rotta».
Jean Pierre Helfer ha idee chiarissime sul da farsi: sin dalla prime ore di lezione, le business school devono stimolare gli studenti a porsi delle questioni che riguardano l’etica, e non semplicemente organizzative. «E’ necessario rinforzare la trasversalità degli insegnamenti – dice- i docenti dovrebbero inquadrare i corsi come la finanza in un contesto storico e sociologico. Se gli studenti avessero analizzato bene com’è scoppiata la crisi del 1929, i subprimes, non sarebbero esistiti ».
La sfida si gioca anche sui nuovi strumenti che arrivano dal web, ma come devono essere usati in un programma di formazione al management? «Bisogna articolarli, dargli una funzione per differenti obiettivi, non usarli perché esistono, e quindi se non li usa in maniera massiccia non si è al passo con i tempi». Più chiarezza, più analisi dello stato attuale, e immersione di qualsiasi disciplina tecnica in quadro culturale e storico, questo chiede Helfer.

Nel frattempo anche dal mondo anglosassone si levano delle critiche su come è stata gestita la business education nel passato, e soprattutto lo studio del management. «Quella del manager non è una professione», ha scritto in un suo articolo Richard Barker Senior Lecturer in Accounting a Cambridge, che stato responsabile del programma MBA alla Judge Business school di Cambridge.
I manager devono fare esperienza e tanta, e in ambienti diversi, dicono da Cambridge, non credere di essere manager perché si è frequentato un Mba o un master.

Il cambiamento è in atto? A piccoli passi, sembra. Le risorse si sono ridotte per tutti, per le scuole e per gli studenti, così proprio i master in management di un anno, multi campus o quelli che chiudono in un network più scuole con una stessa faculty (corpo docente) e medesimi programmi hanno più successo. Si parla di migliaia di candidati per un centinaio di posti nei master delle business school europee. Mentre le iscrizioni agli mba sono in calo in tutto il mondo. E allora? «I docenti devono prendersi la responsabilità, di confrontare se stessi e poi gli allievi ai problemi complessi- dice Helfer- a non dare nulla per scontato, porsi delle domande tutti i giorni.  E’ finito il tempo delle formule magiche da insegnare agli allievi per farli sentire leader, ci vuole, precisione, cura dei dettagli, professionalità, studio e deontologia, prima di tutto».

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Business education

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