L’intelligenza artificiale al servizio del bene comune.

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REDshift intervista cadain

Etica e robotica, etica e intelligenza artificiale. Videogiochi alla radice di una grave malattia confermata dall’Oms. Quanta paura della tecnologia. Specie da chi ne resta lontano, non si mette in gioco personalmente, non rischia, non sperimenta, ma teorizza soltanto
Ho letto una bella intervista fatta a un giovane – sì per l’Italia un giovanissimo, solo 28 anni – Alexandre Cadain, imprenditore visionario, già impegnato in progetti internazionali sull’Intelligenza Artificiale.

L’intervista è pubblicata in francese e in inglese  sul media on line Redshift , l’autore è Maxime Thomas

Il suo racconto è positivo, chiaro, certamente etico: non solo parla dell’intelligenza artificiale, messa al servizio del bene comune, ma con il fattore umano al comando.
Ecco la mia traduzione in italiano.

L’intelligence artificielle au service du bien commun : l’humain aux commandes !

A 28 anni, Alexandre Cadain , è il fondatore e CEO di Anima, uno studio innovativo e di “rottura” che utilizza IA (intelligenza Artificiale)  per creare progetti economici a forte impatto sociale. In particolare relatore del gruppo di lavoro “AI for Good Commission for the Future of Work “delle Nazioni Unite, questo imprenditore lavora per definire le leve dell’intelligenza artificiale sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite. Tra questi la lotta contro la fame nel mondo , la diffusione globale della pilizia dell’acqua, la produzione di energia pulita a un costo accessibile, o la lotta contro il riscaldamento globale. Il dogma di questo plurilaureato di Eole Normale sup’ e di HEC è : l’intelligenza artificiale deve essere messa al servizio del bene comune.

Lei sostiene l’intelligenza artificiale al servizio del bene comune. Come si concretizza questo concetto?

L’intelligenza artificiale posta al servizio del bene comune è un lavoro fondamentale e prioritario per cercare di uscire da scenari di catastrofici, nei quali,  automaticamente, rappresenta un nemico che lavora contro l’uomo. Lavorare per l’intelligenza artificiale positiva significa quindi orientare lo sviluppo della tecnologia verso sfide di aumento e non di sostituzione dell’umano. Questa è la nostra visione per l‘AI for Good Commission delle Nazioni Unite–   dove è considerata una tecnologia che aiuta le persone a raggiungere i 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile entro il 2030.

Il GDPR (General Data Protection Regulation) che dovrebbe combattere l’eccessivo sfruttamento dei dati personali, promuove questa visione?

Oggi esistono due tipi di paura. Una è esuberante e irrazionale. Si concentra su una macchina che ci priverebbe della nostra intelligenza. Ma c’è un’altra, del tutto legittima, che si occupa della “scatola nera” e dell’origine e dell’utilizzo dei dati che alimentano gli algoritmi. Penso che in Europa il GDPR possa promuovere una forma di creatività sotto controllo,  al livello dell’intelligenza artificiale, più etica, partendo dalla tutela della privacy sin dal concepimento, che è una vera e propria esigenza dei cittadini e dei consumatori. Nelle Smart Cities stanno emergendo progetti eccellenti, ad esempio a Barcellona e Amsterdam con il progetto Decode che consente ai cittadini di scegliere come utilizzare i loro dati.

Ha  già degli esempi specifici di applicazioni per il bene comune, dell’intelligenza artificiale?

Nel settore sanitario, assistiamo a casi concreti di previsione di malattie, in particolare di tumori della pelle. C’è anche la questione dell’istruzione e della iper-specializzazione dell’insegnamento nelle regioni del mondo in cui gli insegnanti non sono sufficienti. E poi ci sono casi in cui aumenta la nostra intelligenza al punto da permetterci di affrontare sfide che ci erano inaccessibili individualmente e anche collettivamente.
Ad esempio, l’AI permette, nell’ambito di un progetto avviato all’ONU, di prevedere un certo numero di conflitti armati grazie al lavoro svolto dalla Fondazione XPRIZE e da Twitter. Ci stiamo avvicinando a una fantascienza tipo Minority Report. Ma questo è possibile attraverso l’elaborazione di nuovi dati in diretta, geolocalizzati. In questo senso, le analisi delle immagini satellitari consentono di anticipare le inondazioni su vasta scala e quindi di intervenire prima della tragedia. La combinazione di intelligenza umana e artificiale permette di affrontare nuove grandi sfide.

Sembra, ascoltandola, che il fattore umano in AI sia in gioco fin dalla fase di progettazione…

C’è una trappola in un universo tecnologico miope e tecno centrico: credere che l’intelligenza artificiale sia una soluzione di principio. Spesso diventa una soluzione che cerca il suo problema e poi si sviluppa una miriade di inutili gadget. Per voler diffondere l’intelligenza artificiale ovunque, il rischio è quello di disperderne gli effetti. Con Anima sosteniamo quindi il lavoro di architettura e design a monte dei progetti. Infatti, prima di progettare soluzioni, crediamo di dover definire e visualizzare chiaramente i problemi, soprattutto i grandi problemi delle nostre società.

Il nostro errore sarebbe credere che AI sia una soluzione in sé?

L’intelligenza artificiale non dovrebbe essere applicata, massivamente,  a tutti i va a problemi mal definiti.
Si passa meno tempo a risolvere un problema quando lo si è  ben circoscritto. A tal fine è essenziale riunire una pluralità di competenze nelle fasi più a monte. L’intelligenza artificiale non è unicamente un argomento tecnico che si sviluppa in laboratorio. Si tratta di una questione soprattutto sociale, politica ed economica che riguarda e tocca tutti noi.

Quindi, vede il dispiegamento di questa “intelligenza artificiale per il bene comune” come un’opportunità economica?

Questa è infatti la mia visione e riconosco che può suscitare più di un dibattito; le sfide delle società aprono grandi opportunità economiche. Invece di creare piccoli progetti su falsi problemi,  si affrontino grandi problemi, così si  creeranno grandi imprese. La lotta contro il riscaldamento globale attraverso la transizione energetica ne è un ottimo esempio.
Ciò che mi interessa è riconciliare economia e  il “for Goods” .  Le due cose non sono in contraddizione.

Quale posto dovrebbe avere l’uomo nel processo decisionale legato all’intelligenza artificiale?

L’uomo ha il controllo e la decisione finale. Prendiamo L’esempio di  Star Trek. Il capitano Kirk è un uomo mentre Spock, il suo secondo, è un vulcano paragonabile all’intelligenza artificiale, perché è un perfetto “statistico probabilistico”, capace di analizzare le situazioni più complesse.  Con ogni episodio il capitano Kirk chiede a Spock la sua opinione e Spock gli dà tutte le opzioni. Tuttavia, alla fine, il capitano Kirk mantiene una libertà di scelta, tutta la sua sensibilità e l’intuizione, e che può portarlo a scegliere l’opzione più improbabile statisticamente. Conserva in ogni circostanza la sua capacità creativa,  che è la chiave del soggetto e del successo della Navicella Enterprise. In pratica, questo è già così per la concezione della “generatività”. (Una definizione di “generatività” da benecomune.net; ndr)

Prendiamo di Dreamcatcher di Autodesk: il fattore umano entra a monte nei vincoli creativi. La macchina offre molte possibilità e alla fine l’uomo sceglie la soluzione che più gli si addice. Da creatore, diventa curatore ed è un caso d’incremento che può essere generalizzato a tutte le soluzioni di intelligenza artificiale.

Quale ruolo possono svolgere i professionisti francesi nella creazione dell’ecosistema che descrive?

Esiste un’eccellenza europea e francese in materia di intelligenza artificiale tale  che non ha bisogno di essere messa alla prova. Ci sono francesi a capo di laboratori pubblici e privati di livello mondiale.
C’è un  gran appetito delle start-up francesi in materia, così come da parte  di grandi gruppi.
Penso che per ottenere il meglio dalle forze in Francia, dovremmo almeno lavorare su un nuovo progetto Apollo (programma spaziale americano dedicato alle missioni lunari).
Evidentemente, invece di voler creare un Google europeo e copiare il modello californiano, bisogna trovare la nuova sfida che sarà maggiore della somma delle individualità e dei progetti esistenti.

Occorre definire una missione che, portata avanti dalla Francia, provochi la sinergia per riunire le forze oggi frammentate sul territorio. Ad esempio, con XPRIZE e Anima stiamo portando avanti un progetto per creare avatar, robot che sarebbero comandati a un centinaio chilometri di distanza per eseguire compiti troppo pericolosi o complessi per l’accesso umano, basti pensare a un vigile del fuoco o a un chirurgo. Questo grande progetto richiede la combinazione di intelligenza artificiale, robotica, realtà virtuale e altre tecnologie. Attualmente stiamo aprendo questa sfida a tutti gli individui, laboratori e organizzazioni interessati a partecipare alla missione; chissà, potrebbe nascere un nuovo gigante europeo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Smart Education

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