L’ innovazione è un bambino che gioca

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makersss 15

ScratchChi ha goduto di più lo spettacolo dell’innovazione, del futuro da toccare  a mani nude, nei tre giorni della Fiera dei Maker, e degli innovatori, che è stata ospitata alla Sapienza sino al 18 ottobre, aveva accompagnato dei bambini. Qualcuno i propri, meno che adolescenti, i più reattivi quelli che hanno l’età per frequentare scuole elementari e medie, e i piccini che  hanno puntato occhi stupefatti e consapevoli su ogni genere di macchina in movimento, che si chiamasse stampante 3D, robot o drone poco importa, si muoveva era nuova, colorata,  e accanto c’era un adulto a dire: sì lo puoi toccare e lo puoi fare anche tu.
In uno degli stand dove si presentavano degli enormi rocchetti di fili colorati, le bobine di  plastica e i filamenti di resine,  materiali per la fabbricazione digitale, che utilizzano quelle stampanti in grado di produrre oggetti in tre dimensioni,  un padre si chiedeva pensando a voce alta:” Ma come fanno a essere come le cartucce per  le stampanti normali, a che serviranno mai questi fili di plastica?” Il figlio , dieci anni forse meno: “Ma è come una pistola a caldo, come quando metti il silicone  a sigillare il lavabo, in questo caso ci metti il filo di plastica che poi  diventa fluido, ed esegue il disegno che la stampante trasforma in un oggetto!Hai capito?”. “Ma a te chi te l’ha spiegato?!”
Ha sorriso quel bambino, trattenendo una rispostaccia che gli sarebbe costata una punizione.
Non glielo ha spiegato nessuno. Lo ha avrà visto in un video, oppure lo ha capito, perché ha guardato con i suoi occhi di bambino,  è entrato in un ambito aperto, accessibile, dove poteva anche dire una grande sciocchezza, ma nessuno tra organizzatori, espositori e volontari,  gli avrebbe mai risposto, ma che cavolo dici!
Perché un gran numero, di famiglie, con bimbi in carrozzina, genitori anziani, e ragazzi che avevano fatto il biglietto ridotto,  si sia spostato anche per  due giorni,  avanti e indietro da Latina, o dai Castelli –  alcuni hanno dovuto fare la fila perché si era aggiunto un familiare in più e quindi era d’obbligo passare per la biglietteria – io lo so bene.
I bambini stanno facendo una rivoluzione, e la comunicano ai genitori scegliendo le cose che amano fare, che sono in risonanza con le innovazioni che hanno visitato alla Maker Fair, ma che nel frattempo stanno frequentando sul web, i più fortunati a scuola, parlando tra loro,  o anche chattando . La rivoluzione arriva in famiglia un sabato mattina quando una bambina di sette anni, tira fuori dal letto mamma e papà per farsi accompagnare al coderdojo, anche se il giorno prima ha avuto un orario pieno a scuola, e dei compiti per lunedì , assicura, se ne occuperà domenica, senza proteste.
La rivoluzione sta nella comunicazione spesso non verbale, questi bambini, ragazzini, non è che spieghino molto, ricompensano con la loro soddisfazione, la gioia di aver fatto muovere secondo i propri desideri, la propria creatività i personaggi di un video game che stanno inventando. Esprimono gioia e gratitudine, non solo perché sono in grado di programmare quello stupido di un computer riempendolo di colori e giravolte, con una improbabile ballerina sulle punte che insegue un gatto verde, ma perché lo fanno sentendosi liberi di sbagliare, di copiare, di restare indietro. La libertà somiglia tanto a un bambino che gioca. Un tempo – molto tempo fa i maschi, oggi le bambine non sono da meno –  si appassionavano  a dei robot visti alla tv, adesso ascoltano un adulto che gli dice : “Lo puoi fare anche tu il tuo robot”.
Se poi  quel robot, che con  il suo movimento sta affinandosi sempre di più per aiutare un non vedente, per far viaggiare comodamente chi non ha più le gambe, per far muovere gli arti di chi è malato, i genitori, e gli adulti lo capiscono grazie allo sguardo incantato dei bambini. La tecnologia è diventata semplice, la comprendiamo in  tanti, ma primi  fra tutti i  bambini, per la loro curiosità, per lo stupore, per la sorpresa, e poi perché abbassano le difese, non sanno ancora  cos’è una riserva mentale. E’ un circolo virtuoso, che presuppone delle condizioni: genitori in ascolto, adulti e  educatori  sorridenti che propongono una pratica, un’innovazione, presentandola come una grande porta aperta, un portone spalancato  che invita a  una nuova avventura.  L’unica condizione del bambino è non subire pressioni, entrerà da quella porta aperta con piede di danza,  vedrà i suoi compagni di avventura li riconoscerà, saprà che si divertiranno insieme, e qualunque cosa sarà loro proposto non avrà un voto, una valutazione in numeri, o giudizi.
Quando i più piccoli costruiscono un robot che poi si muoverà, se una delle due gambe è più corta dell’altra corrono a prendere quel pezzo che manca, e lo posizionano perfettamente, nella misura giusta. Sembra che giochino con una bambola, ma sanno che  i movimenti, le abilità del robot costruito li decideranno loro, e questa è la differenza rispetto al passato, in relazione a ciò che si fa a scuola:
“Ho cinque anni e posso sperimentare, nessuno mi dirà se rompi poi paga la mamma, qui posso provare a mettere un pezzo e poi un altro, e se sbaglio, chissà forse ho inventato qualcosa”. Questa è vita!

 

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Storie

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