Erasmus e Brexit una sciocca preoccupazione. Invece…

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fuga-cervelli

fuga-cervelliStudenti italiani, spagnoli, francesi, lasciati striscianti, e con orecchie d’asino fuori dalle aule blasonate dei college londinesi all’indomani della Brexit. Alcuni, chissà rincorsi allontanati a colpi di roncola.
Fuori dalla Ue, fuori dalla civiltà, fuori dalla cultura. Insomma fuori da tutto. E ci sono esimi commentatori che gridano allo scandalo. Niente più Erasmus per i nostri studenti, e quelli che lo stanno già facendo forse lo continueranno in prigione alla Torre di Londra.
E’ uno scenario così enormemente drammatico, che reca in se tutti i tratti dell’inverosimiglianza. Intanto un bagno di realtà: il  programma Erasmus sin dagli esordi ha incluso tra i suoi beneficiari i paesi che appartengono all’European Economic Area, gli Stati membri dell’Ue più Norvegia, Islanda, Liechtenstein. La Ue equipara ai cittadini europei anche i cittadini svizzeri, dove è attivo l’Erasmus. Quindi le borse Erasmus continueranno a essere  messe in concorso in entrata e in uscita dal nostro Paese anche per i cittadini del Regno Unito.
Se ci saranno dei cambiamenti, non lo sappiamo ancora, il programma Erasmus Plus che è stato potenziato con più investimenti negli ultimi anni, e ha realizzato nuove iniziative,  saprà mettere in atto azioni che ammortizzino il cambiamento in seguito alla Brexit. Così a naso, da parte di chi segue da quasi due decenni le dinamiche dei programmi che sostengono la mobilita internazionali degli studenti.
Ma davvero la questione del dinamismo della comunità studentesca e dei ricercatori è legata esclusivamente ai finanziamenti europei?  Scopriamo stamattina che sarà più difficile, alcuni dicono addirittura impossibile, candidare i nostri giovani a un Graduate Programme in Economics all’University College of London, o chiedere una borsa di dottorato al Genetic and Lifecourse Epidemiology center a Bristol University. E scopriamo, sempre stamattina, anche che le tasse universitarie in Uk superano le 9,5 mila sterline l’anno, oltre 11, 5 mila euro. Chi ha pensato al Regno Unito come meta per i propri studi o quelli dei propri figli queste informazioni le ha già. Chi lavora dentro il sistema universitario inglese, in forza di una borsa di studio europea, o di un contratto con le istituzione della Ue, starà pensando come organizzare il proprio futuro e dialogando con i propri punti di riferimento in Uk o altrove.
Ma se ci sta a cuore la mobilità internazionale della cultura, della ricerca scientifica, dell’ efficacia dell’università europea, non è la parola Brexit che deve farci indignare.
Da italiani non ce lo possiamo proprio permettere. Siamo il paese che ospita peggio proprio gli Erasmus provenienti da tutto il mondo, siamo quelli che ne accolgono un numero esiguo rispetto agli altri.
Nel frattempo siamo gli stessi, che al contrario di altre università nel mondo intero, pur accogliendo i migranti, con solidarietà indiscussa, non hanno previsto per i più giovani programmi di scolarizzazione in emergenza o di inserimento nelle nostre università. Pensiamo ai siriani e i libici, che arrivano  in Italia con corsi di laurea interrotti in ingegneria, parlano inglese molto meglio di noi, e rimangono nei centri per i migranti, in condizioni tragiche. Pensiamo alle borse di studio per il merito che in Italia praticamente vanno scomparendo, e a quanti ricercatori sono andati via dal nostro paese. La cosa non mi ha mai scandalizzato, poiché la comunità dei ricercatori è internazionale, e trovo che sia opportuno che vadano in centri di ricerca dove possano fare il loro lavoro e dare il massimo.
Noi da qui giù, dagli ultimi posti di ogni classifica per qualità degli atenei, per finanziamenti alla ricerca, per modalità di assegnazione per lo meno arbitraria di danari che qualche volte ci arrivano dal settore privato, vedi il caso Human Technopole, oggi ci sentiamo cacciati fuori dalla porta aurea dell’Accademia inglese a causa della Brexit.

Siamo ben strani. Ci sono migliaia di studenti, nelle scuole superiori, nei licei e nei rinnovati e iper tecnologici istituti tecnici italiani che si preparano guardando con decisione alle università internazionali, dalla Nuova Zelanda all’Islanda, senza fare tante storie.
Abbiamo insegnanti eroici che fuori dall’orario scolastico si formano in rete tra loro nei centri di formazione e ricerca nei dipartimenti del MIT di Boston, alla Helsinki University, nelle Fondazioni per le tecnologie educative da Dublino a Sidney, scienziati degni del nobel più di altri che lo hanno avuto, e la lista dei meriti può continuare.
Circolano a loro spese, sono invitati in simposi prestigiosi, ci fanno fare una magnifica figura, ma siamo il paese dove le competenze più alte e specializzate  – higher skilled – mancano da decenni.
A fronte, della disperazione di tantissimi cittadini italiani che comunque in un modo o in altro stringono i denti e cercano soluzioni, altri trovano strade sorprendenti nell’indifferenza della politica.
In Italia abbiamo il più vivo, creativo, competente, digitale, scientifico, circuito informale della conoscenza d’Europa, in contatto con altrettanti circuiti nel mondo.  Reti di Fab Lab, di robotica, di coding che accolgono discenti dai 4 agli 80 anni, di didattica innovativa censita o meno, d’ innovazione frugale, di tecnologia sperimentale di altissimo livello, network di start up che dialogano molto meglio con Israele che tra Bari e Milano.
Occupiamocene per favore! Se la Brexit ci ha disturbati, consideriamola una scossa, anzi una scossetta.
Noi, tutti, qui,  abbiamo tanto da fare. Lo possiamo fare, tenendo alta l’attenzione, la capacità di ascolto, l’attitudine a trovare soluzioni innovative e alternative attivando le nostre risorse e sempre, sempre, con gli altri. Mai da soli.

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