E se anche Harvard discrimina i cittadini americani asiatici? Denunciata alla Corte Suprema.

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Cosa succede ad Harvard? Davvero gestisce il famoso Sat Test valutando i candidati asiatici  in maniera diversa rispetto agli afro americani o agli ispanici americani? Una denuncia molto circostanziata è stata depositata la prima settimana di maggio (2015) all’Ufficio Dipartimentale Education degli Stati Uniti per i diritti civili. E’ da sempre riconosciuto dalla Corte Suprema che le scuole hanno un interesse nel reclutamento di una “massa critica” di studenti che appartengono a minoranze per ottenere “i vantaggi educativi che derivano da un corpo studentesco diversificato”. Il Wall Street Journal racconta tutta la storia, in un suo articolo del 16 Maggio:  la denuncia è diretta contro l’università di Harvard a causa di una presunta discriminazione contro i candidati asiatici-americani, messa in atto nella fase di ammissione. Sembrerebbe infatti che i gli ostacoli che gli studenti asiatici- americani  devono superare per entrare ad Harvard, siano molto più duri ad altri candidati. La denuncia, presentata da una coalizione di 64 organizzazioni di studenti, genitori e gruppi che si battono per le pari opportunità nell’Education, sostiene che l’università abbia fissato delle quote per mantenere il numero di studenti asiatici – americani, significativamente più basso,  rispetto, alla qualità che le loro application meriterebbero.
Le associazioni ricorrenti hanno reso pubblica una ricerca  accademica sulla terza sezione (writing)  del test di ammissione universitaria SAT Reasoning Test , dimostrando che gli asiatici-americani dovrebbero raggiungere in media circa 140 punti in più rispetto agli studenti statunitensi, 270 punti in più in confronto agli studenti ispanici e  ben 450 punti degli afroamericani per avere le stesse chance di essere ammessi.
La difesa di Harvard è un pizzico ingenua: Robert Iuliano, consigliere generale dell’università, ha  difeso la legittimità delle scelte di Harvard sulle politiche di ammissione che sarebbero “pienamente conformi alla legge.” Ma ha aggiunto che “l’università, nel suo processo di ammissione,  vuole tener conto di una serie di fattori, che vanno oltre quelli meramente accademici, per esempio le attività extrascolastiche dei candidati e le qualità di leadership”. Proponendo un ulteriore motivo di conflitto con la comunità asio-americana: come è valutata la capacità di leadership nella Writing Section del Sat Test, dove 25 minuti sono dedicati a un essay – un saggio da svolgere su un particolare soggetto- e 10 minuti ai classici test a risposta multipla? E con tutto ciò che è emerso negli ultimi anni  dalle grandi potenzialità di chi ha attitudine per la matematica, dove gli asiatici raggiungono dei livelli che superano di gran lunga gli altri candidati, si vuol identificare la leadership o le soft skills in un saggio breve scritto in meno di mezz’ora ?

Questioni che anche il Guardian,  il New York Times , The Atlantic, hanno messo in evidenza. Una valutazione che mette sullo stesso livello, tutti coloro che sostengono l’esame di ammissione, è molto probabile che  aprirebbe le porte delle Ivy League universities a percentuali che superano di gran lunga il 50% di freshman asioamericani. Harvard non è prima la università Usa che è inciampata in questa spiacevole situazione. Un ricorso analogo è stato presentato contro Princeton nel 2011, l’indagine federale dal Dipartimento di Educazione sta valutando se la scuola abbia  discriminato un candidato indiano-americano negandogli l’ammissione. Il caso ancora in corso, segue una denuncia del 2006 per garantire i diritti di uno studente di origine cinese  che ha indotto il Dipartimento Education a mettere sotto stretta osservazione il board di Princeton  controllando che non discrimini gli asiatici.
Al California Institute of Technology, più del 40% di studenti sono asiatici-americani, circa il doppio di Harvard. Entrerebbero in gioco fattori demografici importanti:  nella composizione della popolazione americana secondo gli ultimi dati del U.S. Census  Federal Bureau gli asiatici hanno raggiunto quota 18,9 milioni, ma  il loro ritmo di crescita si avvicina ormai al 3%, all’anno. Gli  ispanici sono  54 milioni secondo l’ultimo censimento e restano la prima maggioranza “etnica”. La California ha la più vasta popolazione ispanica con 15 milioni, seguita dagli asiatici che sono già più di 6 milioni e soprattutto aumentano di circa 150.000 ogni anno.
Ci sono dati qualitativi: gli asiatici-americani hanno un reddito medio superiore agli americani “puro sangue”. E il dato che si conosce da tempo è che un terzo delle imprese tecnologiche della Silicon Valley sono possedute e dirette da imprenditori e top manager di origine asiatica: cinesi, indiani, coreani.
Gli asioamericani che oggi hanno 17 anni, sono figli di una generazione di asiatici che è entrata negli Usa più di dieci anni fa,  con  qualifiche professionali di alta qualità, questi genitori hanno faticato nei loro paesi d’origine per conquistarsi una laurea in una di quelle che chiamano Key Universities, e si battono per i propri figli.  Le Monde Diplomatique già dal 2007 aveva messo in evidenza in un articolo sul declino della discriminazione positiva l’alto livello d’istruzione degli studenti asiatici. Sappiamo bene che nelle classifiche Ocse-Pisa i licei di e Singapore Seul, Shanghai superano di gran lunga quelli americani. E non parliamo di quelli italiani. Per gli asiatici è più agevole avere il visto H1-B che le aziende hitech procurano agli ingegneri informatici, e in seguito ottengono la Green Card.
“Too asian?” Era il titolo di un panel durante il meeting  annuale del National Association for College Admission Counseling, solo pochi anni fa.
L’operazione Harvard, sembrerebbe andare verso un obsoleto riequilibrio delle diverse componenti di un corso di laurea,  che dati alla mano vedrebbe una maggioranza di asiatici.  Ma sempre di discriminazione si tratta. La classe del 2018 di  Harvard avrebbe il 20 per cento di Asian American. Un quinto può sembrare molto –  a dire di Yascha Mounk, un political theorist, docente ad Harvard,  che in  un articolo sul New York Times  del novembre 2014 –  ha ricordato che la  percentuale di asiatici tra gli  undergrads all’università è stata piatta per due decenni”. La questione è un’altra: “La verità non è che gli asiatici hanno minor qualità peculiari rispetto ai bianchi, ma che che da tempo  sono rappresentati nell’immaginario collettivo quasi avessero una minore individualità”. Mounk giustifica in parte questa discriminazione tollerata, a favore di coloro che pensano che l’ammissione di grandi numeri di asiatici avrebbe conseguenze su gruppi sotto rappresentati, come gli afro-americani e latinos. “Ma non si può né spiegare né giustificare il motivo per cui uno studente di origine cinese, coreana o indiana abbia molto meno probabilità di essere ammesso di uno statunitense caucasico”, conclude Mounk. L’altro tema  del dibattito è che l’attitudine verso le scienze e le tecnologie che non dovrebbero pervadere tutta un percorso universitario. Un pensiero datato che serpeggia soprattutto nei blasonati campus del New England, del tutto in contrasto con  la grande apertura che ogni università e scuola  del mondo riserva alle singole competenze di un giovane, con gli strumenti e le metodologie più avveniristiche,  dando spazio all’ evoluzione di certe skill che sfociano in altre abilità in nuovi progetti, contro ogni omologazione.
Il luogo comune dell’ingegnere asiatico e dell’informatico indiano con l’algoritmo nel sangue è presto sfatato quando si dà un’occhiata a ciò che avviene nei politecnici di Cina e India. La competizione è fortissima, per entrare negli istituti di Tecnologia, da Bangalore a Bombay. Università affollatissime,nonostante una selezione molto severa che premia esclusivamente gli studenti migliori. Poco più dell’1% sono le matricole ammesse alle scuole dove si formano i più bravi tecnocrati e ingegneri. Negli istituti di Tecnologia di Delhi, Roorkee, Guwahati e Bombay le domande di candidatura possono superare quota 300.000. Si deve studiare moltissimo, anche tre anni per poter solo aspirare a far parte di quella élite. Il concorso si svolge su base nazionale, la competizione è fortissima: solo in 4.000 ce l’hanno fatta nel 2011 nell’Istituto Tecnologico di Kanpur, la capitale dell’Uttar Pradesh, lo Stato al confine con il Nepal. E gli altri? Una voce circola insistentemente negli atenei dell’India: pare che chi fallisce a Kanpur, a Bombay o a Banara Hindu abbia buone possibilità alla New York University, al Technolology Institute del Texas, e persino a Oxford o a Yale. Forse anche ad Harvard?

 

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