Università del Pelourinho a Bahia

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Mercoledì, 2 novembre 2016, il Dipartimento di Architettura di Roma Tre, m’invitava a una tavola rotonda per il centenario del Samba.  Università e Samba, due parole belle che stanno bene insieme: ho scritto di Samba e Università Federale di Bahia in un testo per il  mio100-anos-de-samba-na-escola-elizabeth-veloso-13 libro “Io invece studio all’estero” pubblicato con Sperling e Kupfer nel 2008. Non sono, e non lo ero al tempo, ancora andata in Brasile, ma avevo letto  tanto e intervistato diverse persone per raccontare “un dottorato in Samba”  all’università di Bahia con tutto il magico ecosistema che girava intorno. Non volli pubblicare una proposta agli studenti che non avessi verificato di persona.  Parte di quel capitolo non pubblicato la ripropongo qui, con qualche aggiornamento, ma non troppi, e i link sensibili. Con un omaggio ai poeti e scrittori brasiliani che sono nel mio cuore, saltimbanchi sì ma fini conoscitori di tutte le anime.

Universidade do Pelourinho

«Nel vasto territorio del Pelourinho uomini e donne insegnano e studiano. Università vasta e variata, esso si estende e ramifica fino al Tabuao, alle Porte del Carmine e in Sant’Antonio-oltre-il Carmine, alla Baixa dos Sapateiros,sui mercati, al Maciel, alla Lapinha, alla Piazza della Cattedrale, a Tororó, alla Barroquinha, alle Sette Porte e al Rio Vemelho: in ogni luogo dove uomini e donne lavorano i metalli e il legno, usano erbe e radici, mischiano ritmi, passi di danza e sangue e con la mescolanza hanno creato un altro colore e un altro suono, un’immagine nuova, originale.»
L’energia creativa, per Jorge Amado, è fatta di diversità, d’innovazione e d’inventiva dei luoghi dove uomini e donne lavorano, pensano e condividono idee, per produrne di nuove. Bahia, in poche pagine che scorrono in un sol fiato all’inizio del romanzo La bottega dei miracoli, è l’università popolare dove gli artisti scolpiscono i santi, li vestono dei nuovi colori ottenuti da erbe e terra, dove si fa scuola di capoeira, con la consapevolezza che una lotta è diventata danza, perché gli schiavi non potevano combattere, ma solo ballare.
All’Università del Pelourinho insegnano i dottori della Bossa Nova, i coreografi e decoratori del Carnaval, «poeti, panflettisti, cronisti e moralisti». Docenti nell’arte orafa, scultori, erboristi e farmacisti.
Al Rettorato c’è un capricciosa stampatrice, in grado di pubblicare i più straordinari tra i libri, e una facoltà di Medicina dove s’impara a curare i malati, ma non solo: «Oltre a materie varie, dalla retorica al sonetto, a ideologie sospette».

Il Nord-Est del Brasile è realtà e non rappresentazione del laboratorio culturale di un Paese, ha nutrito la sua originalità, spazio d’incontro di uomini straordinari, eventi, dolore, talento, povertà, e voglia di farcela. Cos’è un’università, un luogo del sapere, se non l’incontro di tutte queste qualità umane? Così dall’Università del Pelourinho, dalle scuole di musica, di danza, di scrittura, e dalle università ufficiali sono usciti Gilberto Gil, Caetano Veloso, Maria Bethânia, Sergio Barreto, Chico Buarque.
Non si parla di un passato remoto:  dieci anni fa al Festival del Cinema di Rio de Janeiro era premiato da una giuria internazionale il film documento Fabricando Tom Zé, incentrato sul musicista di culto, portato al successo da David Byrne, ex dei Talking Heads e grande talent scout. Zé esponente in musica come in politica del glocal (il movimento che riunisce globalità e locali), per ribadire le differenze nella globalizzazione, tra i fondatori del movimento tropicalista dei musicisti di Bahia.  Sono seguiti riconoscimenti per altre pellicole che dalla rassegna di Rio dopo qualche settimana hanno raggiunto il Festival del Cinema Brasiliano di Parigi organizzato da Jangada, l’associazione che lavora per tenere viva l’attenzione degli europei sul cinema brasiliano, considerato d’avanguardia, di ricerca, e di successo nello stesso tempo. Dal 1998, quando Walter Salles vinse l’Orso D’Oro a Berlino con Central do Brasil, una giovane generazione di registi è emersa, si è fatta amare dal pubblico europeo,  ha dato linfa alla produzione cinematografica brasiliana. Lais Bosanski, Julio Bressane Luia, Fernando Carvalho, Chico Teixeira, Joaquim Pedro de Andrade, sono gli ultimi premiati e celebrati nella rassegna sul cinema dell’America Latina di Tolosa, tra le più importanti d’Europa.

Registi, ma anche sceneggiatori, come Marcos Bernstein, coautore di Central do Brasil, documentarista dell’opera del fotografo Pierre Verger,  con il suo commovente film My Sweet Orange Tree, tratto dall’adattamento di un best seller di José Mauro de Vasconcelos.

Nel Nord-Est brasiliano esiste anche un’università l’Università Federale di Bahia, che vanta collaborazioni accademiche nel settore dell’architettura con il Politecnico di Milano, oltre che con le facoltà tecniche del Canada, del Portogallo, e della Francia.
Nel suo campus di Salvador, tra i corsi più frequentati ci sono ancora quelli delle arti: Teatro, Canto, Regia, Strumenti Musicali, Danza, Musica, Scenografia.
Al Dipartimento di Danza, si può studiare dal samba alla capoeira, ma anche danza classica e contemporanea, sino al livello di dottorato. Corsi che s’intrecciano con le scuole di ballo, di canto e musica per percussioni, nella preparazione del Carnaval, nei vicoli di Salvador dove si suona il forro, musica e danza popolare del Nord-Est che si accompagna con il violino, il tamburo e la fisarmonica.

Il Sessantotto brasiliano è partito da lì, e ha dato vita al movimento del tropicalismo, senza il quale, probabilmente, Veloso, Gil, Gal, non sarebbero arrivati alla polarità. È negli ultimi 20 anni che l’eredità della tropicalia diventa successo internazionale, come scrive Veloso. In Verità tropicale. Musica e rivoluzione nel mio Brasile, la sua autobiografia, che corre sul doppio binario della storia culturale del suo Paese, del movimento del tropicalismo durante la dittatura militare in Brasile, e il suo  esilio a Londra.
Gilberto Gil, che è stato ministro della Cultura, ha investito fondi ed energia sull’identità culturale brasiliana, creando centri per la musica, l’arte e la danza nelle comunità più povere, luoghi di consultazione libera di libri, cd rom, e video, promovendo il libero accesso a programmi informatici, intervenendo sulle leggi che regolano i diritti di proprietà intellettuale.

L’Università di Bahia rispecchia le contraddizioni culturali di tutto un Paese, in un territorio diviso tra le case di villeggiatura dei ricchi e le favelas dei più poveri del mondo: il campus di Salvador non è come l’Università di San Paolo, o di Rio de Janeiro, o del Minas Gerais, che hanno ricevuto importanti finanziamenti per formare la classe irigente del Brasile. Se in tutto il Brasile appena il 20% dei giovani frequenta un’università, a Bahia la percentuale si abbassa avvicinandosi al 10 per cento.
Il Pelourinho è diventata zona attrezzata per i turisti stranieri, le spiagge attirano i surfisti da tutto il mondo, le infrastrutture e come sempre i finanziamenti promessi nelle ultime elezioni – prima  e dopo scandali e impeachment –  tardano ad arrivare. Il governo Lula aveva portato a Bahia energia elettrica per 90.000 famiglie e 100 nuove scuole, che i genitori s’impegnarono a far frequentare ai figli. In caso contrario non avrebbero avuto più l’assistenza alimentare e sanitaria: sembrava che il patto fosse stato rispettato con il governo. Ma da queste parti tutto sembra cambiare più velocemente che altrove.
Contraddizioni e inafferrabilità di un popolo – difficile trovare un filo rosso che colleghi tutto – in un territorio vasto e sempre diverso.
Accade anche che la prima scuola agraria dello stato di Bahia, dopo più di un secolo, diventi un’università autonoma, con un riconoscimento nazionale, nell’ambito di un progetto per l’istruzione superiore agraria, nel Nord-Est del Brasile. Con obiettivi a dir poco ambiziosi: in dieci anni si dovranno avere 30 corsi di primo livello, più di 10.000 studenti e 1.200 impiegati, per rispondere al bisogno di dottori agronomi nello stato di Bahia.
Gli spazi culturali, i luoghi della memoria, cui attingere per idee e progetti innovativi abitano più che mai Salvador de Bahia.
I ricercatori delle università brasiliane, gli specialisti della letteratura latino americana visitano di sovente almeno due istituzioni importanti: la Fondazione Casa di Jorge Amado e la Fondazione di Pierre Verger, fotografo, viaggiatore, scrittore, esploratore, che ha dedicato la sua vita all’Africa, e a quella parte di Africa incontrata a Bahia. Due uomini modernissimi, anticipatori di idee e visioni. Entrambi hanno viaggiato il mondo, per necessità o scelta, hanno vissuto la multiculturalità, incontrando gli uomini più straordinari del tempo. Compagni di viaggio di Neruda, Picasso, Sartre, Ungaretti.
A Bahia, Jorge e Pierre si frequentarono, si stimarono e si vollero un gran bene.
Casa di Amado non poteva avere altra sede che Largo do Pelourinho. Ufficialmente il luogo si chiama Praça José de Alencar e per molti anni fu luogo di supplizio, dove i condannati erano esibiti, attaccati a una gogna pubblica o un patibolo, traduzione della parola portoghese pelourinho. È un centro di studi e ricerca con l’impegno di salvaguardare l’opera di Amado, ma anche di diffondere la cultura bahianese in generale. Si sta sviluppando come un network letterario, con una casa editrice propria, una rivista letteraria, una rete di contatti internazionali, in particolare con la comunità culturale francese. Il progetto editoriale Casa des Palavras è stato realizzato per dare impulso alla pubblicazione di autori bahianesi.
Arti visive, storia, scienze del documentario, fotografia, sono soltanto alcuni aspetti dell’opera di uno dei più grandi viaggiatori e fotografi del Novecento, Pierre Verger. Non lontano dalla Casa di Amado c’è la fondazione a lui dedicata. Vi si trovano 62.000 negativi fotografici, oltre ai libri, gli articoli, le pubblicazioni più diverse, film, video, documentari, corrispondenze e manoscritti. La fondazione è nella casa di Verger, a Ladeira da Vila América, a Salvador de Bahia, dove ha vissuto i suoi ultimi 30 anni. Il suo progetto vuole mettere a disposizione un fondo documentale importante, e anche suscitare la cooperazione interdisciplinare tra antropologia, storia, musica, arte, e stabilire una relazione tra gli altri organismi culturali internazionali interessati alle culture africane e i problemi della diaspora fricana nelle Americhe. Pierre Verger, parigino dei primi del Novecento, ha deciso negli anni Trenta di andare a vedere il mondo solo con la sua macchina fotografica Rolleiflex e uno zaino sulle spalle. Ha cominciato dalle isole del Pacifico, ha attraversato gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, le Filippine, il Benin, il Mali, Togo, le Antille, il Sahara, il Messico, il Guatemala, il Perù, la Bolivia e l’Argentina.

È stato corrispondente della guerra in Cina per Life, direttore del laboratorio di quello che è oggi il Museo dell’Uomo, ha collezionato importanti documenti per il Museo Nazionale di Lima. E di ritorno a Parigi, andava sempre a cena con il suo amico Jacques Prévert. Il suo arrivo a Salvador de Bahia nel 1946 è una folgorazione con la grande passione per la religione afro-brasiliana, candomblé, che si è diffusa sotto l’influenza economica  culturale del traffico degli schiavi. Con una borsa di studio francese, si è spostato da Bahia al Benin, per studiare i riti africani dell’etnia Yaruba, che ha grande influenza nella sociètà bahianese. Verger sarebbe diventato un accademico senza volerlo. L’Institut Fondamental d’Afriqe Noire, l’Istituto francese sull’Africa Nera gli chiese un intervento dettagliato sulla sua esperienza africana, successivamente pubblicò un suo testo sul culto degli Orisha. La Sorbona gli ha conferito un titolo di dottore, nonostante avesse abbandonato gli studi all’età di 16 anni.

Jorge Amado amava raccontare: «Poco tempo fa, qualcuno mi ha chiesto con gran serietà se Pierre Verger esistesse davvero, o se fosse ancora un’altra invenzione bahianese. No, Pierre Verger non lo è, lui esiste, lavora, scrive, e corre per il mondo».

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Storie

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